Scopriamo insieme un inventore dal doppio passaporto, le cui invenzioni hanno contribuito, nel corso dei decenni, alla tecnologia di consumo.
A differenza di altri settori della tecnologia, l’informatica sembra riconoscere maggiore visibilità a chi porta le innovazioni sul mercato rispetto agli inventori che le concepiscono. Questi ultimi ricevono spesso meno celebrazione di quanto meriterebbero. Di conseguenza, si tende a trascurare, tra le altre cose, la loro capacità di spaziare tra numerose creazioni.
Federico Faggin smentisce parzialmente questa scomoda condizione. Il suo ruolo nella storia della tecnologia moderna resta centrale, grazie al contributo fornito a tre delle principali invenzioni della seconda metà del secolo.
Nato nel 1941 a Vicenza, dopo la laurea in fisica a Padova si trasferisce nel 1968 negli Stati Uniti. Qui trova posto alla Fairchild Semiconductor.
All’interno dell’azienda sviluppa la tecnologia MOS a porta di silicio, capace di aumentare di cinque volte le prestazioni dei transistor MOS. Con questa innovazione Faggin apre la strada, nel 1971, all’ideazione dell’Intel 4004.
Il microprocessore, realizzato per l’omonima azienda, concentra in un unico chip di silicio le funzioni di una CPU completa. Questo passaggio da un’elettronica basata su circuiti separati a sistemi di calcolo miniaturizzati, più potenti ed economici, ha permesso all’informatica di diffondersi capillarmente nella quotidianità nel corso degli ultimi cinquant’anni.
Allo scopo di produrre la propria invenzione, nel 1974 Faggin lascia Intel e fonda Zilog. Due anni dopo progetta lo Z80, processore alla base della maggior parte dei PC e delle console arrivate sul mercato nei decenni successivi.
Altri studi destinati a lasciare il segno lo conducono nell’ambito neurale e nell’interfaccia tra uomo e macchina. Faggin fonda quindi la società Synaptics, dove getta le basi, attraverso touchpad e touchscreen, per la contemporanea stagione degli schermi tattili e dei dispositivi.
La lunga esperienza nel settore informatico ha portato Faggin a riflettere sui limiti intrinseci delle tecnologie digitali. Lo scienziato mostra scetticismo riguardo all’idea che un computer possa essere realmente “intelligente” nel senso umano del termine.
Pur riconoscendo le potenzialità dell’intelligenza artificiale, mette in guardia dal rischio di attribuire alle macchine caratteristiche dalla connotazione quasi “mistica”. Intenzionalità e consapevolezza appartengono infatti alla coscienza e all’esperienza soggettiva.
L’attribuzione di queste caratteristiche può alimentare aspettative dal sapore metafisico, che oltrepassano le reali capacità del calcolo computazionale. In questa riflessione si incontrano l’esperienza scientifica e la valutazione filosofica sui fondamenti della conoscenza e della realtà.
Questo incontro conferisce a Faggin un’ulteriore autorevolezza nel mondo dell’informatica e nella società tecnologica contemporanea.
Mauro Storace





