Genio dimenticato, forse per numerose contingenze del suo tempo e della sua terra, gli si devono molti dei principali studi anticipatori dell’automobile.
Quando pensiamo all’automobile in Italia, il nostro immaginario va immediatamente alla Fiat e al suo fondatore, Giovanni Agnelli. Fu lui a trasformare Torino nella capitale italiana dell’industria automobilistica nazionale. Eppure, diversi anni prima, a Padova, un ingegnere aveva intuito le potenzialità dell’applicazione di un motore ai veicoli. Questa caratteristica tecnica, sviluppata successivamente da altri, avrebbe cambiato la mobilità nel secolo seguente. Si tratta di Enrico Bernardi.
Nato nel 1841 a Verona e laureatosi in matematica all’Università di Padova, Bernardi decise di dedicarsi allo studio dei motori a combustione interna. Nelle sue ambizioni, questi motori erano destinati a veicoli di uso comune, come le carrozze. Nel 1882, dopo diversi anni trascorsi sul progetto, arrivò a brevettare il motore a scoppio. Lo sperimentò per la prima volta su un triciclo di legno realizzato per il figlio Lauro.
Due anni dopo fu il turno del primo veicolo dotato di un motore a benzina. Il mezzo venne presentato all’Esposizione di Torino e anticipò gli esperimenti condotti nel decennio successivo in Germania da Daimler e Benz, fondatori della Mercedes. Un altro progetto significativo e capace di precorrere i tempi risale al 1889. Si trattava di una vettura dotata di elementi diventati poi di uso comune. Tra questi vi erano il carburatore a polverizzazione, il raffreddamento ad acqua e lo scarico con silenziatore.
Il successo dei suoi esperimenti attirò l’attenzione degli ingegneri Giacomo Miari e Francesco Giusti del Giardino. Con loro, nel 1896, Bernardi aprì un’azienda, la Miari & Giusti, per produrre e commercializzare i propri brevetti. Due anni dopo ne assunse il controllo totale e la società prese il nome di Società Italiana Bernardi. Nello stesso periodo, una delle sue vetture vinse la corsa automobilistica Torino-Asti-Alessandria-Torino.
La scarsa liquidità della ditta costrinse Bernardi a chiudere i battenti nel 1901. L’azienda operava in una regione come il Veneto, ancora legata a un’economia agraria arretrata. Ironia della sorte, proprio negli stessi anni entrarono in scena Giovanni Agnelli e la più avanzata realtà industriale torinese. Agnelli era un ex ufficiale di cavalleria e aveva trascorso a Verona il periodo del servizio di leva. In terra veneta ebbe quindi la possibilità di subire il fascino dei prototipi di Bernardi.
Nel 1899, mentre Bernardi faticava a far decollare la propria compagnia, l’ex militare piemontese fondò la Fabbrica Italiana Automobili Torino. Agnelli disponeva di maggiore liquidità economica e di strutture più solide. L’azienda, meglio conosciuta con l’acronimo FIAT, trasformò il capoluogo sabaudo nella capitale italiana dell’automobile.
Bernardi fu chiamato da Agnelli a lavorare per la propria azienda. Diede così un contributo alla sua crescita e, soprattutto, alla qualità tecnica dei veicoli. Rimase alla FIAT fino alla morte, avvenuta nel 1919. Nel corso dei decenni, l’azienda continuò la propria espansione e contribuì alla motorizzazione di massa del Paese.
Il genio del povero Bernardi, invece, finì ingiustamente nel dimenticatoio. Fu un pioniere del settore e contribuì allo sviluppo del marchio nei suoi primi anni grazie alla propria competenza tecnica. Forse ebbe soltanto la sfortuna di essere nato nella regione sbagliata per realizzare i suoi progetti.
Mauro Storace







